Lambrusco in lattina? No, grazie

Uno spettro si aggira su Facebook e turba i sonni degli appassionati di bollicine rosse come me: l’album fotografico del lambrusco in lattina realizzato da Paride Rabitti, il “lambruscologo” della Gazzetta di Modena. La piccola raccolta consiste in otto scatti che vanno dal “Fizzy red wine”, alla vecchia lattina per il mercato statunitense Giacobazzi, passando per un fantomatico “Lambrusco red” (pare) di matrice tedesca. Ultima superstite di un periodo che non esiste più, ma che è rimasto impresso nella memoria collettiva dei consumatori di vino, è la lattina di Lambrusco dell’Emilia Igt rosso e rosato di Donelli Vini, importante realtà di proprietà della famiglia Giacobazzi, marchio storico del lambrusco nel mondo. Prima di alcune vicissitudini imprenditoriali (famiglia che si divide per seguire strade diverse), la lattina di Lambrusco Giacobazzi è stata concorrente diretta di quella commerciazzata dai reggiani di Cantine Riunite ai primi anni ’80, vera apripista della bollicina emiliana sull’altra sponda dell’Atlantico.

Nonostante i progressi qualitativi dimostrati dalla stessa bevanda, nonostante l’intraprendenza dei produttori e i riscontri positivi dalla critica, soprattutto statunitense, i pregiudizi verso il lambrusco, da molti considerato la coca-cola dei vini, continuano ad essere duri a morire anche a causa di queste lattine. Volenti o nolenti, nel marketing, il packaging è complice della qualità del prodotto percepita dal consumatore: quali idee vi trasmette la bevanda contenuta dal bottiglione da 5 litri o dalla latta da 20 cl come è nel caso del nostro Lambrusco? «Il mio modesto parere – osserva Rabitti nel dibattito seguito su Facebook – è che la lattina toglie dignità al brand Lambrusco. È chiaro che non tutto il Lambrusco possa essere Metodo Classico o Ancestrale o Charmat Lunghi o Lambruschi vinificati dal mosto fiore, ma poi non lamentiamoci se l’immagine del Lambrusco nel mondo è quella di vino di serie B». Rabitti fa centro nel riferirsi al vino emiliano come “brand”, come marchio propriamente detto capace di disporre di una propria credibilità, di una reputazione spendibile in termini di posizionamento sul mercato e di tutela contro le imitazioni e commercializzazioni potenzialmente lesive per la propria immagine. Un esempio? Nel 2004, il consorzio del Brunello di Montalcino ha registrato il nome del proprio vino in otto paesi del mondo. Un’altra via potrebbe essere quella di intervenire a livello di disciplinare di produzione per evitare che il nome “Lambrusco” possa essere associato a confezionamenti non consoni a un vino che merita rispetto.

Un altro punto che non manco mai di ricordare quando si discute di Lambrusco è l’assenza di un grande evento strutturato che coinvolga Grasparossa, Sorbara, Salamino-Santa Croce e, perché no, anche le varietà dei nostri cugini reggiani (Maestri, Marani e Montericco). Tra Secchia e Panaro, ci si divide tra la festa dell’uva di Castelvetro di Modena il Grasparossa e la sagra del lambrusco di Sorbara, eventi che potranno anche essere vivi e animati da una folta partecipazione, ma che rimangono ad appannaggio di un coinvolgimento di popolazione locale nell’ambito della stessa provincia modenese e che non hanno l’attrattività e la complessità di una Primavera del Prosecco. Insomma, il Lambrusco ha tante potenzialità inespresse, raccoglie un movimento crescente di produttori che da qualche anno stanno iniziando a dare una loro interpretazione con metodi classici e ancestrali che superano la consuetudine dell’autoclave e del vino da battaglia tipico da cantina sociale. Anche qui, per farla breve, credo valga il discorso fatto in precedenza sulle eccellenze enogastronomiche italiane: non solo è necessario affrontare un discorso di marketing a tutto tondo per presentare il prodotto nel miglior modo possibile, ma bisogna mettere in atto una serie di pratiche e comportamenti atti a sfatare luoghi comuni e pregiudizi che continuano a frenare il Lambrusco.

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