Per la prima volta in vita mia, sono andato da Eataly

Il primo contatto è avvenuto per puro caso e ha avuto un carattere quasi “epifanico”. Non conoscevo la disposizione della stazione ferroviaria, stavo correndo e, allo stesso tempo, trainando il trolley nel sottopassaggio verso il binario 15a, salgo le scale di gran carriera e appare di fronte a me, come l’arcangelo Gabriele nel film di Fantozzi, l’insegna di Eataly. Così ho scoperto l’esistenza del parco di divertimenti farinettiano in quel di Roma-Ostiense. Spinto dalla curiosità, stamattina (domenica 2 novembre 2014) ho deciso così di concedermi, più che una visita, una toccata e fuga in compagnia della mia signora, Marta, da scortare sul binario dell’alta velocità per il ritorno in terra padana dopo un fine settimana romantico. Entriamo e veniamo subito colpiti dall’abbacinante quantitativo di clienti presenti all’interno visto l’orario: non visitatori “mall rats”, ma clienti con carrellini di plastica pieni di buste di affettato, farine, confetture, formaggi e chi più ne ha, più ne metta. I prezzi? Banalmente, gli alimentari sono sicuramente più cari del prodotto “generico” da grande distribuzione, ma il divario tra prezzo ordinario e prezzo Eataly tende ad assottigliarsi. Il mio primo obolo rilasciato a Oscar da Alba è di 11,18 euro: una bottiglia di Lambrusco Grasparossa “Vigneto Cialdini” a 8,80 euro (un prezzo, a mio avviso, più che sensato per questo prodotto) e 2,28 euro per una confezione piccola di Kettle Chips che Marta ha apprezzato durante il viaggio in treno. Questo il risultato dopo primo un rapido giro di perlustrazione.

Di tutto il tour, le mie attenzioni si sono concentrate nel reparto vini. Nella mia ingenuità, mi sarei aspettato di trovare uno schieramento di scaffali regionali, con un elevato numero di bottiglie più o meno equamente ripartite tra i vari territori della nostra penisola. Salito al secondo piano, mi sono accorto immediatamente di avere tralasciato un particolare importante nel formulare le mie aspettative: la provenienza del patron della catena Eataly. Va bene, il Piemonte è l’eccellenza enoica italiana, ma la sovraesposizione di baroli (decisamente al di fuori della portata del mio portafogli), nebbioli e barbareschi con uno scaffale a dir poco sconfinato e predominante ha relegato a ruolo di comprimario il resto d’Italia. Sarò cieco o forse avrò bisogno di un nuovo paio di occhiali, ma non ho visto nessuna dicitura recante la frase “Settimana/mese del Piemonte”. Sovraesposte le bottiglie di Borgogno: non potevi fare un passo che ti ritrovavi di fronte qualcosa di questa etichetta. Perché? L’azienda è stata rilevata dal Farinetti nel 2008. Non avevo mai visto (e forse c’era anche un perché) una separazione degli espositori tra rossi e bianchi, con gli spumanti “emarginati” nella parte opposta rispetto ai loro cugini privi di bollicine. Personalmente, ho ritenuto apprezzabile l’idea di custodire in refrigeratori a temperatura costante di 17 gradi centigradi i vini di un certo livello, ma il consumatore non viene aiutato se non c’è o un ordine alfabetico o geografico nella disposizione.

Fra gli scaffali, ho notato una curiosa suddivisione circoscrizionale per certi versi ingenerosa con ciò che forniscono quelle specifiche aree: scaffale “sud” con le proposte del Mezzogiorno e scaffale “Isole” con un assaggio di Sicilia e Sardegna. Non so se sia stata una scelta voluta o banalmente frutto del caso, ma una cosa mi ha lasciato basito: l’illuminazione. Il sole, attraverso le ampie vetrate dell’edificio, irraggiava pienamente i vini rossi e la mega-scaffalatura piemontese, mentre i vini bianchi, pur disposti accanto, si trovavano in penombra malamente illuminati dalla luce artificiale. Ho trovato interessante la possibilità di partecipare a degustazioni gratuite (due i banchetti allestiti al momento della mia visita), mentre mi è parsa disorientante la dicitura “Vino libero” per un’ampia gamma di bottiglie qui commercializzate, dicitura frutto di un’importante campagna di marketing avviata nel 2012. Irritante e per niente coerente con il luogo è stata la musica in filo diffusione: siamo all’interno di un ambiente dedicato al bere e al cibo o in un villaggio vacanze in serata discoteca con le hit del momento?

A mente fredda, non mi resta che sospendere il giudizio su Eataly: tutto sommato, a Roma Ostiense non mancavano vini di qualità a prezzi abbordabili e poi non ho per nulla approfondito l’offerta di ristorazione dei vari micro-locali sparsi in tutta la struttura. Col senno di poi, mi suscita una certa inquietudine lo stato di eccitazione e frenesia indottomi dall’ecosistema Eataly: alla fine, è difficile non farsi avvolgere dall’entusiasmo dei clienti soddisfatti con i cestini colmi di prodotti di ogni tipo;  dalle osterie, le paninoteche, le friggitorie e le rosticcerie piene di affamati commensali; dagli onnipresenti commessi mai invadenti ma sempre visibili e riconoscibili grazie alle magliette recanti scritte più accattivanti di un generico “staff”. Per esempio, l’addetto del reparto vini sulla schiena aveva virgolettato un simpatico (se così si può definire) “Chiedi pure a me che li ho bevuti tutti”. Eataly porta all’estremo quella pratica tipica della gdo per cui il consumatore esce dal centro commerciale con un carrello più pesante di quanto siano i suoi effettivi bisogni? Può essere. Dal canto mio, dopo avere accompagnato la signora sul binario, mi sono concesso un secondo tour che ha fruttato un libro, “La cucina italiana: storia di una cultura” di Alberto Capatti e Massimo Montanari, e una bottiglia di Nebbiolo d’Alba del 2011 di Fontanafredda (di chi è anche questa tenuta?). In ogni caso, comunque la si pensi sull’ex patron di Unieuro, una cosa è certa: Eataly è una macchina da soldi che, bene o male, funziona. Almeno quella che ho visto a Roma Ostiense.

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