Anatema contro le uova sode

È successo tutto all’improvviso, per puro caso. Stavo finendo di cenare mangiando un umile piatto di non mi ricordo quando, a tavola, è giunto il mio coinquilino. Nella mano destra, una ciotola contenente una zuppa di verdure, nella sinistra, un piattino con due uova sode. Tre uova sode. Dopo anni, delle orribili uova sode hanno nuovamente incrociato il mio cammino. Come sono state posate in tavola, subito mi hanno guardato in cagnesco aggredendomi con la loro oscena bianchezza e il loro olezzo a penetrarmi le narici. «Cristo santissimo, Luca, come fai a mangiare le uova sode?» domandai sconvolto al mio coinquilino che non poté altro che replicare con un innocente «Ma sono buone!», per poi tagliarle a metà e versarle nella zuppa. No, Luca, le uova sode non sono buone, le uova sode sono pessime, le uova sode sono orribili, sono il male assoluto, sono un incidente mortale sul lungo percorso della storia dell’umanità nella preparazione dei cibi. Le uova possono essere preparate in tanti modi gustosi per dare vita alle forme più disparate, ma bollirle dagli 8 ai 10 minuti in un tegame dovrebbe essere reso un reato penalmente perseguibile con punizioni draconiane. Dopo questa mia vibrante reazione, mi sono interrogato sul perché del mio comportamento e della mia profonda repulsione per queste maledette uova sode. Strano ma vero, un inaspettato guizzo di lucidità mentale mi ha dato la risposta in men che non si dica. Mensa della scuola materna delle suore della parrocchia di Santa Teresa di Gesù Bambino in via Milano, Modena. Primissimi anni ’90. Nel refettorio brulicante di bambini, l’ordine veniva ripristinato dalle stesse suore e dall’unica maestra di cui io ricordi il nome: Alberta, educatrice che condivideva la stessa severità del generale Luigi Cadorna. Urlava sempre e incentivava una pratica barbara che racconterò più avanti. Il pranzo della mensa era piuttosto semplice: primo, secondo, tozzo di pane comune, frutta, talvolta un dolcetto per ogni “cinno” (bambino alla modenese, nda) che veniva portato da mio nonno direttamente dalla pasticceria di cui era titolare. Quando era il suo turno, il cannolo traboccante di crema pasticcera dava un senso all’intera giornata. Quando nel secondo, però, c’erano le uova sode accompagnate da un contorno di radicchio rosso, iniziavano i dolori: il loro odore storicamente nauseabondo piombava le mie posate al tavolo, mentre i miei compagni spazzolavano via tutto senza difficoltà o quasi. L’uovo sodo, gommoso al tatto della forchetta, viscido al palato, il più delle volte mi andava di traverso provocandomi di tanto in tanto degli imbarazzanti conati di vomito. Il pranzo non poteva essere considerato concluso senza che l’ultimo bambino avesse completamente mangiato il contenuto del piatto. Questa la regola. Nessuna eccezione. Vedendo la mia riluttanza, i miei “colleghi” e l’educatrice mi incitavano, a modo loro: «I bambini in Africa muoiono di fame e tu non mangi». In tutti questi anni, non ho mai compreso il nesso logico di questa frase. A questo punto, attuavo diverse strategie evasive per tentare di risolvere il problema: «Elisa, pane!». Elisa era il vero nume tutelare della scuola materna. Era la mia gioia. Il pane da lei distribuito mi aiutava a smaltire pietanze sgradite o a concludere degnamente con l’immancabile scarpetta i primi piatti. La missione era molto più difficile per le uova sode. Il trucco consisteva nell’imbottirsi la bocca di mollica per ingannare lingua e palato, per non percepire tutte quelle sgradevoli sensazioni che accompagnavano l’ingestione delle uova sode. Un minimo di crosta di pane, poi, consentiva di agire anche sul fronte olfattivo mascherando, in parte, l’odore di quel nefasto prodotto culinario. Il risultato finale era una masticazione da roditore, con due guance gonfie come quelle di un porcellino d’india. Quando questo non bastava a terminare il supplizio, la tortura passava ai livelli superiori. La maestra Alberta spronava tutta la mensa formata da 30-40 bambini circa a intonare un coro che variava solamente in base al nome del malcapitato di turno: «Dai, Gabriele, datti una mossa; dai, Gabriele, datti una mossa». Era una cosa tremendamente imbarazzante, tutti battevano le mani a tempo e mi guardavano con disapprovazione perché, per colpa mia, non potevano andare a giocare. In tale frangente, si poteva solo giocare la carta della disperazione: ingozzarsi come un’oca da fois gras, mandare giù tutto con bocconi incivili e sperare nella clemenza dello stomaco. Terminata la scuola materna, le uova sode sono uscite dalla mia vita. Alle elementari, sono giunti i fagiolini a turbarmi per la loro consistenza e l’untuosa ruvidezza della loro buccia. Fortunatamente, all’epoca, nessuna delle docenti ripeté i metodi coercitivi messi in pratica alla materna. Consapevole della mia avversione per le uova sode, più volte mia madre me le ha rifilate camuffate come farcitura di qualche rotolo o me le ha mascherate come salsa per arrosti, bicchierini, spume e spumette varie da accompagnare ad altri ingredienti dominanti nell’economia del piatto. Insomma, le uova sode “in purezza” sembravano essere uscite definitivamente di scena, fino a quando quel balordo del mio coinquilino, l’altra sera, le ha usate per arricchire la sua zuppa.

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