I Barolo Boys e l’uovo di Colombo

Ha senso l’inaudito vespaio di polemiche sollevato dal film-doc Barolo Boys? Il mediometraggio, che racconta la vicenda dei produttori che tra gli anni ’80 e ’90 introdussero l’utilizzo della barrique per il vino principe delle Langhe, ha riacceso gli animi di una disfida che, oggi come oggi, pare utile solamente per perdere tempo sui social o sui blog specializzati con flame-war interminabili tra i commenti.

In poco più di un’ora, il documentario dà voce ai componenti del nucleo dei modernisti (Elio Altare, Chiara Boschis, Giorgio Rivetti, Roberto Voerzio e l’importatore Marc De Grazia) e ai loro rivali: i difensori della tradizione del Barolo in botte grande come Beppe “Citrico” Rinaldi, la figlia Marta, il Cavaliere Lorenzo Accomasso, l’importatore David Berry Green e il fondatore di Slow Food Carlo Petrini. Mediaticamente, questi ultimi colpiscono con una forza superiore alla controparte, talvolta arrivando quasi al livore nel criticare i gli avversari: dalla necessità di “austerità” per il vino affermata da Rinaldi padre, al “La storia del Barolo non l’hanno fatta certo loro (gli altri, ndr)” della figlia, passando per l’anziano Cavaliere che, con fare sardonico, dice di non conoscere alcun modernista, fino al wine buyer che scomunica il Barolo in barrique accusandolo di omologazione, di essere un vino blockbuster: “Tutti i vini dei produttori distribuiti da De Grazia sapevano di legno – argomenta – Il Barolo deve esprimere i caratteri del Nebbiolo ed evolvere con eleganza”. La critica di Green, che si distingue per essere quella più razionale e argomentata, non si esaurisce: “Io non voglio un vino che resti giovane in eterno, voglio un vino che rifletta un’evoluzione naturale di quella particolare uva, di quella particolare vigna, di quel comune”. La conclusione? Il vino dei Barolo boys ha rappresentato un boom, una moda passeggera, di certo non una rivoluzione. A sostegno della tesi, potrebbe giungere inconsapevolmente quanto affermato da Giorgio Rivetti al declinare del documentario: nella seconda metà degli anni ’90, il nucleo dei Barolo Boys avevano via via abbandonato la botte piccola per tornare a quella grande. La vaniglia e la legnosità avevano avuto il loro picco di popolarità. Avevano. I produttori modernisti, a fronte di questo mutamento di scenario, optarono così per prendere strade diverse.

Di tutta la narrazione dei 64 minuti di documentario, solo la conclusione risulta sbrigativa nell’affrontare il scioglimento del sodalizio modernista: “Stampa, guide, soldi” elenca sempre Rivetti. Tutto qui? Risultano particolarmente ficcanti due passaggi nell’intera economia del racconto: il veterano Elio Altare racconta, come negli anni ’60, i piccoli contadini delle Langhe dovessero sottostare al gioco di un manipolo di imbottigliatori che pagavano cifre infime a mesi di distanza dalla vendemmia per un vino all’epoca invendibile. Successivamente, il già citato Voerzio enuncia il punto chiave non solo del documentario, ma di tutto il territorio del Barolo: “Le Langhe hanno visto più soldi in quel decennio che nei cento anni precedenti”. Come dargli torto?

L’impatto commerciale del Barolo modernista non ha avuto eguali per quel territorio e questa improvvisa disponibilità economica ha radicalmente mutato il volto delle Langhe portandolo ad essere un esempio di eccellenza e di benessere diffuso fra chi produce vino. A fronte di questi risultati, stonano le critiche scarsamente argomentate dei tradizionalisti e dei loro fedelissimi basate su un rifiuto tout-court della tipologia di vino proposta dal nemico modernista: la sensazione è che dietro certa acidità si celi un’italica quanto stantia invidia sociale per i guadagni avuti e, perché no, anche quello stesso risentimento avuto dai commensali protagonisti nel celebre aneddoto dell’uovo di Colombo. Il problema insolubile era quello di riuscire a commercializzare un vino fino a quel momento difficile da piazzare sul mercato: Elio Altare ricorda come il Barolo fosse venduto a 1500 lire a bottiglia, una cifra troppo bassa per pensare di riuscire a fare margini. L’ammaccatura che permette all’uovo di stare in piedi? La barrique, i cui risultati raccolsero il favore del consumatore per alcuni anni.

I Barolo Boys hanno rischiato di “uccidere” il Barolo? Chi lancia una simile accusa, forse dimentica che a decretare il successo o il fallimento delle interpretazioni dei vini rimane sempre e comunque il consumatore: è il contante che esce dal suo portafogli a determinare la bontà della sommatoria degli sforzi profusi tra settore commerciale e lavoro in cantina. Il sodalizio dei modernisti aveva l’obiettivo di aprire una situazione nuova per una fetta di produttori che, se fosse stato altrimenti, avrebbero continuato ad operare come piccoli conferitori con guadagni minimi: hanno “scoperto” l’America con riscontri sorprendenti. Lo scorso lunedì 3 novembre, il documentario è stato proiettato a New York in occasione del trentennale della prima spedizione americana dei Barolo Boys. In una discussione seguita alla proiezione, i protagonisti intervenuti (tra i quali lo stesso Altare e Chiara Boschis) hanno convenuto che la disfida fra tradizionalisti e modernisti fosse stata utile per portare attenzione crescente al territorio delle Langhe. Forse, tale risposta può risolvere il quesito iniziale sul senso delle polemiche sorte in seguito all’uscita del documentario Barolo Boys.

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