Perché è ora di farla finita con “Foodie” e “Food porn”

Considerandomi un artigiano della parola, di tanto in tanto mi capita di avere a che fare con materie prime o semilavorati che, nella migliore delle ipotesi, mi lasciano interdetto, nella peggiore, mi fanno salire una rabbia paragonabile a quella di qualche dittatore novecentesco. Tra le parole che capitano purtroppo all’interno del mio raggio visivo, a causarmi una reazione istintiva di rissa in stile Francis Begbie sono il termine “Foodie” e il suo derivato “Food porn”.

Che cosa è un “Foodie”? La Garzanti si discosta dal dizionario on-line Cambridge: l’autorità italiana definisce il soggetto qui trattato come un “buongustaio”, un “amante della buona tavola”, mentre la controparte britannica allarga lo spettro di analisi descrivendo “una persona che ama il cibo ed è particolarmente interessata a tutte le sue diverse tipologie”, spiegazione analoga a quella fornita dal Merriam-Webster. “Persona particolarmente interessata a tutti gli aspetti della cultura gastronomica” restituisce, invece, il motore di ricerca Google presentando un aspetto di natura simbolica e di significato che trascende la concretezza dell’oggetto edibile elevando il tutto a una definizione superiore. Definizione di una raffinatezza che, in italiano, non riceve giustizia da un prestito linguistico consistente in un bisillabo sterile (/fˈudi/ la trascrizione fonetica) iniettato nella scrittura moderna per ragioni di “brevitas” giornalistica o per fattori modaioli tipici del mondo hipster: in estrema sintesi, il significante non è all’altezza del significato. L’universo del gusto si trova ad affrontare lo stesso destino della parola “Oriente” ridotta in un freddo e imperscrutabile “Est”.

“In Europa l’Oriente non c’è più – scriveva Paolo Rumiz – l’hanno bombardato a Sarajevo, espulso dal nostro immaginario, poi l’hanno rimpiazzato con un freddo monosillabo astronomico: ‘Est’. Ma l’Oriente era un portale che schiudeva mondi nuovi, l’Est è un reticolato che esclude”. Allo stesso modo, la parola “foodie” non è in grado di donare quel senso di narrazione, di viaggio sulle tavole umane, che può trasmettere l’”esploratore dei sapori” o il “navigante del gusto”. Personalmente, ho sempre preferito quest’ultima espressione in cui l’individuo, desideroso di imparare e di incontrare nuove culture, salpa sulla propria nave con le stive piene di quanto appreso dalla propria tradizione verso nuovi mondi da scoprire. Di tanto in tanto, si potrà tornare nel porto di casa per per fare rifornimento, prima di riprendere il largo, perché “Una nave in porto è al sicuro, ma non è per questo che le navi sono state costruite”. Tutto ciò non viene descritto correttamente dal termine “Foodie” in cui tutto viene sterilizzato, appiattito e standardizzato.

Una risposta ugualmente vibrante mi viene provocata da “Food porn”, uno dei più grandi equivoci linguistici di questi ultimi anni. Di cosa si tratta? Il “Food porn” è la rappresentazione visuale patinata di cibi o preparazioni ad alto contenuto calorico, una rappresentazione così spettacolarizzata da procurare piacere nel chi osserva. Il problema si pone con quel suffisso “porn” che, come significato, nulla ha a che spartire con quanto enunciato qui sopra. Il porno propriamente detto è la rappresentazione di temi espliciti e atti osceni, mentre il “Food porn” è la rappresentazione di oggetti che trasmettono sensazioni piacevoli. Tutto ciò che infonde piacere deve per forza ricevere quel suffisso? Le dimensioni dell’osceno (che può arrivare anche a suscitare disgusto) e del piacere possono intersecarsi, ma non sono la stessa cosa. Purtroppo, l’equivoco nacque nel 1984 dall’errata inrepretazione di un saggio della giornalista Rosalin Coward: “Preparare il cibo e presentarlo magnificamente è un atto di servitù. È un modo di esprimere affetto tramite un dono. L’aspirazione a servire cibo perfettamente preparato e servito è il simbolo della volontà e della partecipazione a servire gli altri. La pornografia del cibo esattamente sostiene questi significati relativamente alla preparazione del cibo. I tipi di immagine utilizzati reprimono sempre il processo di produzione del pasto. Sono sempre meravigliosamente illuminati, spesso ritoccati”. Il contendere è l’artificiosità della rappresentazione tipica della pornografia (le luci, il ritocco), non l’oggetto protagonista della rappresentazione. In definitiva, l’espressione “Food porn”è un’espressione esteticamente brutta costituita da termini sbagliati per il significato che si vuole adoperare. Il risultato finale? Tutte le volte che mi capita di leggerla (chissà perché, a livello orale non è così diffusa) divento peggio di Nanni Moretti: le parole sono importanti!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *