Export del vino: 2015 all’insegna dell’ottimismo

I professionisti mondiali del vino si fermano a Verona. Mancano pochi giorni all’avvio dell’edizione 2015 del Vinitaly e monta l’attesa fra gli espositori che prenderanno parte alla manifestazione per quelle che potrebbero rivelarsi nuove opportunità di business: nei padiglioni di Veronafiere, infatti, sono attese delegazioni commerciali da 50 Paesi per incontri b2b e professionisti del settore wine&food da 120 Paesi. Fra i buyer interpellati da Vinitaly sulle prospettive di questo 2015, si respira ottimismo a pieni polmoni, tra conferme, bocciature e sorprese da mercati ancora tutti da scoprire. Ridono Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna, male il Brasile per il carico fiscale e la Russia per la peggior svalutazione del rublo degli ultimi anni.

Se in Cina la flessione avuta nel 2014 dalla Francia deve essere sfruttata lavorando sulla costruzione di brand forti grazie a vini di punta come Barolo, Barbaresco, Brunello e Amarone, in Vietnam e Corea del Sud possono aprirsi nuove opportunità. Nel primo caso, «il mercato del vino è cresciuto molto velocemente – ha detto Nguyen Dui Tuan, di Top Wine Director – ed i protagonisti sono stati la Francia e l’Italia, ma c’è da fare i conti con una polarizzazione dei consumi, tra bottiglie sotto i due euro e vini sopra i venti». A Seul, invece «si sta sgonfiando la bolla dei vini francesi, e la gente guarda agli italiani, più accessibili», spiega Mang Shang Woon della World Liquor Co.

In Brasile ottengono buoni risultati i rossi toscani, le bollicine di Lambrusco e Franciacorta, nonostante il carico fiscale. Nel centro America, tra i Paesi più in salute c’è il Messico. Complice la rapida diffusione della cultura del vino, i prodotti italiani sono «in crescita costante, dalle etichette toscane a quelle del Nord Italia, come l’Amarone della Valpolicella, con un occhio ai vini del Sud – spiega Victor Osbaldo Treviño Rincon, della Value Wine S.A De C.V. – il prezzo medio si attesti sui 12-22 dollari, mentre nella fascia più bassa non c’è competizione con i vini cileni ed argentini».

L’Australia si rivela allo stesso tempo competitor e partner commerciale. Secondo Robert D’Amato di Casa Italia Gourmet, l’apprezzamento per il vino italiano nascerebbe dalla passione degli australiani stessi per il nostro Paese, scelto sempre più spesso come meta per le proprie vacanze: «Quando tornano in Australia – spiega – vogliono continuare a bere i vini straordinariamente diversi scoperti durante il proprio viaggio. Ci vuole apertura mentale per apprezzare appieno il vino italiano e voglia di scoprire, dai vini biologici al Chianti, passando per il Nero d’Avola, ben sapendo che il primo competitor siamo noi stessi».

Lo zio Sam rimane il partner commerciale più Solido. Negli Stati Uniti «la grande presenza della ristorazione italiana è il primo veicolo di promozione per il vino – come spiega Ramin Dabiri, di Vitis Imports – e poi ci sono consapevolezza e dimestichezza con le tante diverse denominazioni, tanto che a fianco delle etichette più affermate stanno emergendo i vini di Sicilia, Puglia e Montepulciano d’Abruzzo per i rossi, e Alto Adige e Friuli per i bianchi. Dopo la crisi, però, si spende qualcosa in meno, e allora se la fascia 10-25 dollari va ancora forte, sopra i 40 dollari si fa più fatica». In Canada, l’Italia avrebbe anche soppiantato la Francia «grazie soprattutto ai vini piemontesi, toscani e veneti – racconta Jean Louis Fortier, di Defori Selections – ma bisogna tener presente che qui il vino è molto caro: se in Italia una bottiglia costa 4-5 euro, in Canada arriva a 25 dollari».

Nel Regno Unito, si stanno scoprendo le piazze toscane emergenti come Montecucco, Maremma e Morellino, mentre il mercato ha iniziato a premiare i bianchi di carattere sorridendo così a prodotti come il Timorasso. Ok le bollicine del Prosecco, male i metodi classici che «non riusciranno a scalzare lo Champagne dalla sua posizione di leader». Questa la convinzione di Peter Ingram, di Vagabond Wines.

(Fonte foto: latinawineblogger)

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