Il vino come strumento per raccontare il proprio territorio

Tre zone diverse, tre aziende differenti per storia e peculiarità, tre vini portatori di una identità territoriale. Continua a rincorrersi in questo modo il “numero perfetto” nelle degustazioni del ciclo “Young to young” organizzate a Vinitaly dai giornalisti de “Il Golosario” Paolo Massobrio e Marco Gatti. Nella giornata di martedì 24 marzo sono stati presentati le “Merlettaie”, il pecorino di Offida Docg della picena Ciù Ciù; il “Blanc de Simon metodo tradizionale”, un friulano in purezza realizzato dall’azienda Simon di Brazzan da Cormons (Gorizia) e, in conclusione, il Cirò Rosso Doc di Cataldo Calabretta.

 

Walter Bartolomeo

CIÙ CIÙ – Per sua stessa ammissione, i genitori di Walter Bartolomeo (foto sopra), 40 anni, producevano vino in maniera disorganizzata: si trattava di un prodotto squisitamente agreste utilizzato come merce di scambio per il sarto o il calzolaio. Oggi, le cose sono cambiate: da un’attività contadina da cinque ettari avviata nel 1970, si è passati a un’azienda biologica certificata nel 1996 da 150 ettari che produce un milione di bottiglie divise in undici etichette ed esportazioni in Cina, Giappone, Nord Europa, Sud America e Stati Uniti. «Trent’anni fa si era molto scettici sulle potenzialità di pecorino e passerina – racconta Walter – Con il tempo, questi vitigni autoctoni sono stati riscoperti: dagli insediamenti dell’entroterra piceno, sono stati via via trasferiti su colline più dolci in prossimità del mare dove sono presenti condizioni più favorevoli per temperatura ed escursione termica». Il risultato finale è evidente: dal vino del contadino, si è arrivati a un prodotto in grado di valicare le frontiere.

Merlettaie ciù ciù pecorino offida

VINO – Il percorino di Offida “Merlettaie” porta in dote un colore giallo paglierino luminoso caratterizzato da lievi note dorate. L’olfatto è elegante, fine e si presenta con note minerali accompagnate da sentori di frutta tropicale (banana). Il palato è caratterizzato da grande equilibrio con il protagonismo assoluto di sapidità e freschezza. Notevole la persistenza per un vino bianco così giovane. Da abbinare a piatti di pesce di grande struttura. Prezzo in enoteca: 11 euro.

 

Denis Drius

SIMON DI BRAZZAN – «Quando ho iniziato a trovarmi la pelle segnata di rosso dopo i trattamenti in vigna, ho riflettuto sul mio lavoro e i metodi di produzione: così ho cominciato ad avvicinarmi al biologico». Denis Drius (foto sopra), 40 anni, ha passato praticamente tutta la vita nell’azienda del nonno a Brazzano di Cormons: la terra, la stalla e gli animali di cortile lo accompagnano fin dall’infanzia. Terminati gli studi, inizia a fare sul serio: quella che era una piccola realtà contadina da 11 ettari vitati compie il grande passo dal vino sfuso al vino in bottiglia. Con dieci anni di produzione a metodo biologico alle spalle e la certificazione in arrivo (il 2015 dovrebbe essere l’anno buono), Denis guarda con interesse al biodinamico: «La mia idea di vino? È quella di realizzare un prodotto capace di distinguersi, di rendere all’interno del bicchiere qualcosa che identifichi una piccola realtà come la mia». Il friulano proposto in degustazione si discosta dalla tradizione votata a privilegiare le componenti varietali di fiori e frutta per dirigersi verso una maggiore complessità: le uve a base del “Bianco di Simon metodo tradizionale” vengono raccolte a maturazione completa e gli acini subiscono in parte la botrite nobile. Nonostante la piovosità dell’annata 2010, la bottiglia raggiunge i 14 gradi.

simon di brazzan

VINO – Si intuisce l’importanza dal colore oro intenso. L’olfatto, molto complesso, è distante dai Tocai friulani locali che, come sentori, tendono a “sauvignoneggiare”: dopo le prime note di tiglio e acacia, emergono il miele, il cedro, la nocciola e le spezie dolci. Il palato si mantiene coerente. Chiusura elegante con una grande persistenza. Prezzo in enoteca: 18-22 euro

 

Cataldo Calabretta

CATALDO CALABRETTA – Una realtà da poco rinata che fonda le proprie radici in quattro generazioni di viticoltori. Il 38enne Cataldo Calabretta (foto sopra), dopo la laurea in enologia e dieci anni spesi a lavorare in giro per l’Italia, è tornato tre anni fa nella sua Cirò Marina per riprendere in mano l’attività di produttore precedentemente abbandonata dal padre che aveva optato per quella di vivaista. Impossibile resistere al richiamo del suo territorio: «La Calabria ha 50 varietà di vitigni minori quasi sconosciuti – ricorda – L’area grecanica dell’Aspromonte è unica e sulle nostre terre ci sono vigne di 90 anni». Barolo del sud? Cataldo Calabretta è orgoglioso della sua uva, il gaglioppo, e preferisce evitare paragoni con l’imperatore delle varietà piemontesi: «Non mi piace l’aggettivo “nebbioleggiante” – spiega – Questo (il Cirò Rosso doc 2013 proposto in degustazione) è un vino del sud elegante, magari l’Etna è più agggraziato, magari i pugliesi sono più potenti, ma questa è l’identità del Cirò e così si distingue».

Cirò rosso doc calabretta

VINO – All’esame visivo spicca un colore rubino luminoso e brillante. All’olfatto, si distinguono la frutta rossa croccante, la macchia mediterranea, una fresca nota balsamica e un tocco fine di speziatura. Al palato, si manifesta grande freschezza con un tannino sì giovane, ma di prospettiva. L’idea è che possa maturare e mostrare un’evoluzione più che discreta. Prezzo in enoteca: fra i 10 e i 12 euro.

(Foto: Marta Cadoni)

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