Perché il Vinitaly non cambierà mai

Come ogni buon post-Vinitaly che si rispetti, anche quest’anno si rinnova il consueto gioco delle parti. Da un lato l’organizzazione di Veronafiere canta vittoria a suon di dati con 150mila visitatori (55mila sono stranieri), crescente interesse da parte degli operatori del Sudest Asiatico e di paesi emergenti come Messico, Camerun e, addirittura, Mozambico. Qui, nel dettaglio, la nota stampa di Veronafiere con annesse dichiarazioni degli espositori più importanti. Sull’altro fronte della barricata, ci sono i delusi del Vinitaly. Ogni volta che vengono chiusi i cancelli di Veronafiere, su siti e testate giornalistiche compaiono dichiarazioni di chi redige un lungo “cahiers des doleances” sullo stato dell’arte del salone del vino, tra disservizi, infrastrutture insufficienti e beoni che ostacolano il lavoro dei professionisti. In rete stanno generando traffico la lettera di un certo Fabio L., export manager presso una non meglio precisata azienda, e l’ultimo post di Alfonso Cevola, blogger statunitense che nel 2013 ricevette il Premio Internazionale Vinitaly. Tradotto su Intravino, il messaggio di Cevola è una lunga lettera rivolta al direttore generale di Veronafiere Giovanni Mantovani. In estrema sintesi, questi gli argomenti trattati: ubriachi, parcheggi, bagarini, ventilazione, wi-fi insufficiente, segnale nullo della rete telefonica. Considero veritiere le osservazioni fatte da Cevola: in più di un’occasione, è stato impossibile approcciare alcuni stand causa l’evidente minaccia di gomitate nei denti da parte di altri avventori.

A quanto denunciato, aggiungo anche la rivedibile gestione degli spazi: ho provato un moto di solidarietà nei confronti di chi è stato ospitato all’interno del padiglione internazionale, un tendone troppo piccolo e buio per accogliere in maniera adeguata i visitatori. Un espositore di cui non faccio il nome (si dice il peccato, non il peccatore) ha avuto la “brillante” idea di tenere per tutta la durata della kermesse uno spazio con musica dal vivo con annessi cantanti, clarinettisti e tastieristi che hanno reso un inferno la vita agli espositori vicini e a chi avesse voluto approcciarsi alle produzioni di chi avrebbe avuto la sfortuna di stazionare nelle vicinanze. A mio avviso, il problema non è l’espositore che cerca di farsi notare, ma chi ha consentito questo tipo di installazione che ha ostacolato la fruizione dello spazio da parte di tutti. Stando sempre sotto questo tendone, ho affrontato una degustazione da “Uomini sector” sfidanti dell’impossibile: vini neozelandesi in condizioni di luminosità praticamente nulla con oltre una dozzina di persone (espositori inclusi) in una manciata di metri quadri su un tavolo di legno largo una trentina di centimetri in mezzo a bicchieri usati e bottiglie vuote.

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Da ripensare anche il sistema di comunicazione nei confronti del visitatore: Veronafiere è immenso, disorientante al primo impatto, e fra un padiglione e l’altro servirebbero dei cartelli stradali veri e propri per agevolare gli spostamenti e non quei pochi pannelli collocati solamente nelle intersezioni più affollate. L’organizzazione, per venire incontro alle esigenze di chi paga il biglietto, mette a disposizione delle guide con mappa, padiglioni ed elenco espositori. Al prezzo di 15 euro.

Punto parcheggi e traffico: per evitare ingorghi e lunghe soste, è stato necessario muoversi a certi orari. Partenza alle 7:30 da Modena, Brennero, Verona Nord (anche se ho trovato più funzionale l’uscita Sud), arrivo in fiera per le 9 o giù di lì con al massimo venti minuti di stop per code. Partenza per casa senza traffico intorno alle ore 17. Impossibile fare altrimenti se non sorbirsi due ore di coda lungo viale del lavoro alle 18.30-19 (orario di chiusura) o tagliare la testa al toro prendendo sistemazione presso l’Hotel Fiera. Al di là di queste ovvietà, è palese come Verona sconti un problema infrastrutturale cronico che non può essere risolto da qui a un anno (nel 2016 ci sarà la cinquantesima edizione).

Quali soluzioni per tutto ciò? La politica dovrebbe fare il suo corso per rendere più agevole la fruizione della fiera e iniziare a fare ciò che non si è fatto (colpevolmente) per troppo tempo, tra infrastrutture in grado di reggere ingenti flussi veicolari e servizi di hospitality degni di un evento di alto livello come il Vinitaly per ridurre al minimo certi disagi. Dal canto suo, Veronafiere dovrebbe venire incontro alle esigenze degli addetti ai lavori e dei professionisti del settore cercando di arginare disagi etilici francamente evitabili con politiche più stringenti in merito alla concessione degli ingressi. Questa è la mia speranza, anche se so bene come possa essere di carattere meramente utopistico: al fatturato del sistema Verona giova avere una platea di pubblico sempre più ampia per il Vinitaly, fatta di non addetti ai lavori (che sono comunque in maggioranza rispetto ai professionisti) che fruiscono di trasporti, parcheggi, alberghi, bar e ristoranti, pagando fior fior di quattrini. Alla fine, quelli che si lamenteranno e minacceranno boicottaggi della manifestazione saranno sempre in un numero risibile rispetto alla carne da cannone di visitatori che si precipiteranno agli sportelli per aprire il portafogli con il fine di acquistare un biglietto giornaliero singolo per passare una giornata su di giri con gli amici. Una cosa forse più fattibile? Una (o due?) giornate ad uso e consumo esclusivo della stampa. Chi vorrà bere ad libitum, potrà farlo altrove.

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(Foto gallery: Marta Cadoni)

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