Sergio Mottura: l’entusiasmo di un ragazzino di 73 anni

«Se avessi fatto il calzolaio, come avrei potuto godere di tutto questo?» dice mentre stappa una bottiglia di Poggio della Costa 2006. Le primavere sulle spalle sono 73, ma Sergio Mottura non ne vuole sapere di invecchiare e continua imperterrito nel suo mestiere di vignaiolo: lo scorso autunno ha celebrato la cinquantesima vendemmia nelle tenute di Civitella d’Agliano, in provincia di Viterbo, al confine con l’Umbria.

Posti su terreni argillosi-vulcanici, i 38 ettari vitati dell’azienda sono per lo più a bacca bianca: chardonnay, sauvignon blanc e “sua maestà” il grechetto. Solo 7 ettari vengono destinati a uve rosse: montepulciano, syrah, merlot e pinot nero. In merito alla vigna, Mottura ha le idee chiare: è qui che nascono le qualità di un buon vino e, per tale ragione, la terra e i filari devono sprigionare vita. «Quando nel 1990 iniziammo a lavorare in biologico – racconta – gli animali selvatici iniziarono a tornare in mezzo ai filari: il primo fu un istrice», quello che oggi è il simbolo dell’azienda, una realtà imprenditoriale che detiene un export del 60%. «Il nostro più grande cliente è il Quebec (in Canada, ndr), poi gli Stati Uniti – spiega il produttore – Sta aumentando l’Europa e abbiamo iniziato a muoverci in Australia».

vigna sergio mottura

Sospinto da un’irrefrenabile curiosità e da un forte desiderio di confrontarsi, Mottura, piemontese di origine, ha sempre intrattenuto intensi scambi con il mondo vinicolo francese, scambi che gli hanno permesso di lavorare sull’evoluzione tecnica delle sue bottiglie; esemplare in tal senso la vicenda del suo pluripremiato “Latour a Civitella”. Quando c’è da stappare sul tavolaccio della sala degustazione alla “Tana dell’Istrice”, il suo wine-hotel posto al centro di Civitella all’interno di un palazzo rinascimentale, si arrabbia se il tappo non è in perfette condizioni, si compiace se il naso del suo vino è esattamente come dovrebbe essere, ride e scherza se c’è da “polemizzare” con un degustatore in disaccordo. La qualità vera della sua gamma risiede nella linea di bianchi a base di grechetto e in uno spumante metodo classico a base chardonnay capace di mettere in riga diversi Franciacorta. Non sono sembrati altrettanto brillanti i rossi, spesso spigolosi e dotati di poca profondità. Interpellato a fine degustazione sul futuro e su eventuali nuove bottiglie, Sergio Mottura regala un ampio sorriso: «Si dice che un’azienda vinicola dovrebbe fare una nuova bottiglia ogni tre anni: qualcosa si sta muovendo, vedremo».

 

Sergio Mottura Spumante Brut

2009 – Giallo paglierino tenue, perlage fine e persistente. Un olfatto pulito ed elegante datto di mela gialla e cannella. Al palato è leggero e dotato di piacevolezza.

2007 – Paglierino, perlage fine e persistente. Olfatto più deciso del precedente con una maggiore presenza di lieviti e di sensazioni che rimandano al “croccante di sesamo”. Al palato è secco e robusto, con un bel tappeto di aromi speziati.

1984 – Giallo dorato, perlage praticamente impercettebile. Profumi netti di mela gialla matura. Rispetto all’esame olfattivo, al palato si mostra più in salute con un agrume (pompelmo) nitido e un’acidità insospettabile che permette al vino di dispiegarsi con facilità sulla lingua e di chiudere con una buona persistenza.

 

Latour a Civitella

2005 – Paglierino carico. Olfatto intenso giocato su burro, vaniglia e mineralità. Al palato è pieno, avvolgente, di grande spessore: ritornano il miele e la vaniglia senza risultare stucchevoli grazie un’acidità che dona uno slancio vibrante.

2006 – Paglierino. Passa un anno e la situazione muta drasticamente all’olfatto: meno note burrose, risaltano i fiori di camomilla e le erbe aromatiche (maggiorana). Al palato si confermano il corpo e la consistenza, la freschezza è di un livello superiore.

2007 – Paglierino. Piccoli fiori e piccoli frutti all’olfatto, semplice ed esile al palato. Bottiglia poco fortunata.

2009 – Paglierino con riflessi verdolini. Una spiccata intensità di profumi di burro con una precisa sferzata balsamica, erbe aromatiche, note vegetali e frutta a pasta gialla. Al palato è coerente e l’acidità conferisce una grande pulizia. Introdotta dallo stesso Sergio Mottura come “la grande annata”. Non ha tutti i torti.

 

Poggio della Costa

2006 – Giallo dorato. All’olfatto è immediato e viene giocato sulle erbe aromatiche con un alloro che tende a mettersi più in risalto. Coerente e pulito al palato, mostra tutto il suo spessore e il suo corpo. Buona sapidità.

2007 – Tappo. Sergio Mottura si arrabbia.

bottiglie sergio mottura

Magone

2001 – Rubino carico. Dopo la mescita nel bicchiere, i sentori di riduzione non sono un bel biglietto da visita, ma basta attendere qualche secondo per liberarsene e scoprire le note varietali tipiche del pinot nero fatte di sottobosco, prugna e foglie bagnate. Al palato, purtroppo, è molto cedevole: l’acidità affievolita non dà quasi più spinta, il tannino è quasi impercettibile e il finale è polveroso.

2005 – Rubino molto carico, quasi impenetrabile. All’olfatto note di confettura di fragole e rosa canina. Al palato tanta freschezza, tannino forse un po’ troppo esuberante.

 

Syracide

2011 – Rubino carico. All’olfatto risaltano la piccantezza del pepe nero, piccoli frutti neri (mora), note di sottobosco e terra bagnata. Il palato è molto “verde”, il tannino è ancora tutto da educare. Finale amaro.

 

Nenfro

2009 – Rubino carico. Le prime note di riduzione svaniscono e lasciano spazio alle note “animali” (percepibili, ma non molto intense) proprie del montepulciano accompagnate da sentori di confettura di frutti rossi. Al palato è spigoloso non si concede particolari voli pindarici.

 

Muffo

2011 – Dorato carico con riflessi ambrati. All’olfatto si distinguono nitidamente le note di albicocca candita e, in secondo piano, di chinotto. Al palato è fresco e verticale, ma non ha molta persistenza. Essendo un vino muffato, sarebbe stato lecito aspettarsi maggiore complessità.

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