“Panino di corsa” inciampa lungo la via Emilia

Lo scorso primo maggio, sull’edizione modenese de “Il Resto del Carlino” è stata pubblicata un’intervista a Giuseppe Palmieri, sommelier dell’Osteria Francescana, fresco di inaugurazione di “Panino di corsa” lungo via Emilia Centro, gemello del “Panino” situato non lontano in Rua Freda con una veste take away. La giornalista Valentina Reggiani chiede: «Che tipo di messaggio volete trasmettere al cliente?». La risposta di Palmieri: «Il futuro è cercare di lavorare per salvare l’artigiano, ma è anche guardare ad un prodotto che piace, quindi abbiamo accostato al cibo la ‘parte industriale’ come la coca zero». Incuriosito da questa giravolta retorica e anche dalla mancanza di offerta alcolica (niente birre, niente vini) nel locale gestito dal sommelier del secondo ristorante del mondo, mi sono deciso di farci un salto con la mia fedelissima Marta. Il “front office” del negozio ha una metratura ridotta in linea con la sua filosofia d’asporto, essenziale (per non dire minimale) nell’arredo e nella gestione dell’area di lavoro. Viene lasciata aperta una porta sul retro che lascia intravedere uno spazio molto più grande, forse il magazzino. Di fianco all’ingresso, campeggia un frigorifero contenente acqua e bevande gassate: Coca zero e Fanta da 33 cl in bottiglia di vetro in vendita a 3 euro (!). Il servizio viene condotto in modo cortese, veloce e preciso da un’addetta alla cassa e dall’operatore incaricato della preparazione dei panini.

Ordiniamo. Per Marta, panino (che poi era una focaccia) con mortadella e miele d’arancia al prezzo di 5 euro, per me panino con prosciutto cotto nel forno a legna Galloni, insalata russa e lattuga a 6 euro. Bottigliette da 50 cl comprese nel prezzo. Ci sediamo su una panchina in corso Duomo per potere analizzarli con calma. Fin dal primo morso, c’è qualcosa che non funziona: le farciture, a livello di sapore, non suscitano una reazione negativa, ma non possiedono neanche quello slancio in grado di catalizzare l’attenzione di chi sta addentando il panino. Il pane, proveniente dall’Antico Forno Roscioli di Roma, risulta inaspettatamente anonimo, privo di profumi e di profondità gustativa: personalmente, salvo solamente l’aspetto della crosta esterna e la consistenza.

Andando nello specifico dei panini provati, quello di Marta presentava forse l’idea più interessante giocata sull’equilibrio fra la dolcezza del miele d’arancia e la sapidità della mortadella. Peccato per l’esecuzione: troppo esigua la quantità di miele chiamata a controbilanciare l’importanza dell’insaccato. Il mio panino, quello più caro, mi lascia disorientato: prosciutto, insalata russa e la foglia di lattuga danno vita a un mix, purtroppo, incapace di distinguersi e giustificare il prezzo. Cestinati i tovaglioli di carta, a fronte di quanto appena mangiato, il pensiero che mi ha percorso è stato forse il peggiore: «Questi panini, potrei farli anch’io». Dopo averli mangiati, anche al palato, rimane un ricordo sbiadito, quasi impalpabile, che non traccia un solco profondo nella memoria. E questo è un peccato perché, comportandosi in questo modo, il prodotto finale non pare in grado di bilanciare la massiccia opera di marketing e comunicazione (attività social intensa, paginate sui quotidiani, l’ospitata alla “Prova del cuoco”) messa in campo per la promozione di “Panino” e del suo gemello.

(Fonte foto: Da Panino Facebook)

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