Emilia Romagna del vino: male gli sfusi, bene Doc e Igt

Non è dato sapere quanto andranno ad influire a fine anno gli scandali della scorsa estate sull’export del vino emiliano-romagnolo (qui e qui per saperne di più), ma quel che è certo è che nei primi sei mesi dell’anno il segno meno è particolarmente pesante: secondo l’osservatorio Wine Monitor, è stato lasciato sul terreno il 15% in valore (131,2 milioni di euro contro i 154,3 del I semestre 2014). Il dato fa il paio con il meno 20% in valore dell’intero 2014. Questi numeri sono stati diffusi a una manciata di ore dall’avvio di Enologica, il salone del vino e del prodotto tipico dell’Emilia Romagna che si terrà a Bologna a Palazzo Re Enzo questo fine settimana.

Denis Pantini, responsabile Agroalimentare di Nomisma e ideatore dell’osservatorio Wine Monitor, ha analizzato le ragioni di questo calo: «Uno dei motivi principali risiede nel ruolo importante che lo sfuso ancora detiene nel nostro export regionale. Questa tipologia di vino è oggi sotto pressione per via della Spagna che continua a inondare il mercato con vino sfuso a prezzi sempre più bassi. La morale è che anche il vino sfuso dell’Emilia Romagna – che purtroppo non ha appigli in termini di differenziazione, ma viene trattato alla stregua di una commodity – risente di tale pressione sui prezzi riducendo export e fatturato delle aziende». A trainare la regione sono i vini doc e Igt: «I vini regionali che vengono venduti sui mercati di oltre oceano (Usa e Canada) continuano ad andare bene, dato che nel semestre 2015 si evidenzia una crescita in valore dell’export regionale in questi due mercati rispettivamente del +45% e +27%. E, non a caso, si tratta di vini in bottiglia dalle marginalità più alte. Questo significa meno fatturato, ma bilanci più sani».

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