Enologica 2015: promosso l’evento, rimandate le masterclass

Sgombriamo il campo dagli indugi. Enologica, il “Vinitaly” dell’Emilia Romagna che si è tenuto lo scorso fine settimana, più il lunedì, a Bologna è una manifestazione ben fatta, piacevole da frequentare e da gustare, con un’idea originale di racconto del territorio tramite i tarocchi e un catalogo che, in treno, si legge con grande facilità. Personalmente, ho apprezzato molto l’opportunità di gustare etichette che difficilmente riescono a giungere nel mio calice modenese, vuoi per problemi di reperibilità o per abitudini familiari che guardano soprattutto al nordest.

Andando oltre ai numeri che raccontano l’esito positivo della manifestazione con 5mila presenze in tre giorni tra visitatori, professionisti del settore Horeca e giornalisti di cui ben 130 provenienti da paesi esteri, bisognerebbe forse porsi un interrogativo: che cosa vuole fare da grande Enologica? Il dubbio mi è sorto per la prima volta nel pomeriggio di sabato, quando l’afflusso di pubblico a Palazzo Re Enzo si è intensificato rendendo molto difficile (se non impossibile causa gomitate) la corretta fruizione della kermesse. Il basso costo di ingresso (20 euro per tutte e tre le giornate) ha incoraggiato diverse categorie di persone, che in ogni caso sono le cash cow dell’evento, ad approfittare dell’occasione non tanto per conoscere un territorio e i suoi prodotti, quanto per una sbevazzata in compagnia senza particolari pretese. L’altezza del soffitto poi ha fatto il resto nell’amplificare il rumore. Aggiungiamoci anche il fatto che, per capitalizzare al meglio l’investimento fatto per partecipare alla kermesse, troppi produttori hanno esagerato con il numero di etichette in degustazione non agevolando di certo le operazioni, così come la distribuzione delle cantine in sala per zona geografica e non secondo una numerazione prestabilita da riportare sul catalogo. Travolto dal chiasso, ho cominciato ad alzare le mie invocazioni per la prossima edizione: perché non organizzare Enologica 2016 a Bologna Fiere per avere più spazio, quindi un’area più vivibile? Provando a ragionare a mente fredda sul problema, mi sono immaginato una situazione simile al Vinitaly con una giornata domenicale dedicata al grande pubblico per riservare lunedì e martedì ai professionisti. Altrimenti, una via drastica: alzare i prezzi del biglietto d’ingresso a Palazzo Re Enzo per scremare l’audience e strizzare l’occhio a chi è veramente interessato a conoscere i prodotti e i territori.

Discorso a parte per le masterclass in inglese sui principali vini emiliano-romagnoli: nel complesso positive quelle della giornata di sabato, un po’ meno quelle di lunedì. Alla mattina della prima giornata di manifestazione, il sommelier nonché wine-broker Giammario Villa ha gestito ottimamente un bel momento di approfondimento sulla Romagna raccontandone i suoi vini principali, Sangiovese e Albana. Nella sessione pomeridiana dedicata ai lambruschi, Giorgio Melandri, l’organizzatore di Enologica, si è avvalso del contributo di un’interprete e l’incontro ha goduto anche del saluto dello chef Massimo Bottura. Purtroppo, i vini sono stati serviti eccessivamente in anticipo e sono stati presentati caldi alla platea di giornalisti e blogger stranieri. Sul finire della degustazione, Melandri ha chiamato a sé il produttore dell’ultima etichetta elogiandolo per il lavoro svolto indicandolo come il primo ad avere operato per la qualità su quel tipo di prodotto. Non ho approvato molto la cosa perché, considerando la finalità della masterclass, si è forse messo in secondo piano quanto fatto da chi non è stato chiamato “sul palco” a ricevere gli applausi del pubblico. Non ho apprezzato per nulla la seconda giornata di masterclass dedicata prima al Pignoletto e poi ai Colli Piacentini: Luca Gardini è stato sostituito da un relatore che complessivamente non si è dimostrato all’altezza della situazione. Nota bene: dico il peccato, non il peccatore.

In sequenza: poco prima dell’inizio della masterclass mattutina, alla presenza di pochi sparuti blogger e del presidente dell’Enoteca Regionale Pierluigi Sciolette, il relatore ha sparato a palle incatenate contro i lambruschi portati dalle aziende in fiera, denunciando un’acidità insopportabile e improbabili sentori di “banana verde”. Con la presentazione dedicata al Pignoletto nessun interprete, inglese di livello medio, poca chiarezza per l’ordine dei vini (troppo difficile usare le tovagliette da degustazione?) e, cosa evitabile, la dichiarazione di preferenza da parte del relatore per questo o quel vino. Discorso analogo nel pomeriggio con un errore che ha causato un incidente diplomatico in platea: si parla del Gutturnio, tipico vino piacentino, e dei vitigni che lo compongono, la Barbera, nota per il suo colore, e la Bonarda, vitigno che si distingue per la sua tannicità. Ebbene, il relatore non solo ha invertito queste caratteristiche, ma ha definito Gutturnio un vino che Gutturnio non lo era, nonostante le uve: si trattava del Trebbiolo de “La Stoppa”. L’intervento di un produttore seduto tra le file del pubblico ha causato un breve confronto al termine della presentazione che, fortunatamente, non ha avuto conseguenze.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *