“Miglior sommelier non si nasce, si diventa”: ritratto di Andrea Galanti

La sua origine fiorentina si fa subito sentire: sorriso radioso, grande disponibilità e gentilezza sono il ritratto di Andrea Galanti, giovane trentunenne, che nei giorni scorsi ha conquistato il titolo di Miglior Sommelier d’Italia Ais. Cresciuto da sempre in mezzo alle meraviglie della tradizione Toscana, Andrea, diplomatosi nel 2011, non poteva che portare avanti, mettendoci del suo, l’attività iniziata dalla sua famiglia. Dal 1960, infatti, Gastronomia Galanti è diventata sinonimo di alta gastronomia e non solo:  anche la passione e la cura per la cantina non sono mai mancati, ed è proprio la cantina ad aver fatto scattare l’amore tra Andrea e il vino. Oltre al titolo di miglior sommelier Italiano, Galanti ha portato a casa molte altre vittorie come il titolo di Miglior Sommelier della Toscana, il Master Soave e Sangiovese. Qui di seguito la nostra intervista.

Questi ultimi anni sono stati anni di vittorie per te, dal Premio Alfiere del Prosecco nel 2012 ad oggi, vincitore come miglior Sommelier d’Italia 2015. Come è cambiata a tua carriera lavorativa dopo questo tuo ultimo trofeo?

Il 2015 è stato un anno ricco di successi, che si è concluso alla grande con il sogno nel cassetto del titolo italiano. Sono sempre a lavoro nella mia attività di enoteca/gastronomia e mi rendo conto che sono diventato un punto di riferimento importante per i miei clienti. Questo titolo ha dato ancora più valore alla mia figura ma non nascondo di valutare altre proposte lavorative.

Come è possibile leggere da molte fonti, nella vita ti occupi della cantina, passione che, come scrive Iacopo Cassigoli in “Galanti, un affresco toscano di sapori e coraggio”, hai ereditato da tuo nonno Aldo e dal tuo omonimo bisnonno. Quanto ti è stata d’aiuto la tradizione enogastronomica della tua famiglia, durante il tuo percorso di formazione?

In effetti i miei nonni mi hanno lasciato nel DNA proprio la passione per questo settore. Tutto è iniziato da piccolo quando assaggiavo il vino a casa loro e da lì ho iniziato questo percorso, che è diventato sempre più coinvolgente.

Oggi si sente sempre più spesso parlare di giovani sommelier che, una volta diplomati, pensano di poter avere il lavoro subito e senza metterci un minimo di professionalità in più, ma soprattutto personalità. Tu, che, seppur giovane, hai avuto modo di studiare, ma soprattutto dare la tua impronta personale alla tua cantina, cosa ti sentiresti di consigliare a queste persone?

L’umiltà di continuare ad imparare da figure con più esperienza deve essere un bagaglio culturale di tutti, ma spesso non è così. Ritengo fondamentale impegnarsi al massimo in quello che si svolge, mettendo proprio maggiore personalità. Io mi sono basato su questi principi e i risultati nel tempo sono arrivati, insieme a tanta soddisfazione. 

Com’è nata l’idea di “Time for Wine” e qual è il suo obiettivo.

Time for Wine è un portale di comunicazione di eventi legati al mondo del vino. Nasce proprio con l’obiettivo di raccontare territori e produttori attraverso serate di degustazione di vini presso il nostro locale con serate a tema o con confronti tra varie zone diverse abbinando il tutto ai piatti della nostra tradizione. Inoltre la carta dei vini può vantare esclusive di livello nazionale su molte proposte nazionali, come ad esempio alcune produzioni commercializzate solo per il nostro negozio. Per tenere sempre aggiornati gli appassionati, regaliamo una Fidelity Card, la quale, attraverso il servizio di newsletter, comunica i nostri eventi.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Mi piacerebbe trasmettere la mia passione anche agli altri e le collaborazioni che ho avuto con Ais mi hanno confermato proprio questo aspetto. Tuttavia, come ho già detto,  se si presenteranno delle proposte lavorative le valuterò.

Ultima domanda: qual è il tuo vino del cuore?

I vini del cuore sono due, ognuno per un motivo diverso ed entrambi a base di Sangiovese, perché è il vitigno che amo. Quello che mi ha fatto capire che la strada del sommelier era quella giusta è stato il brunello di Montalcino Poggio di Sotto 2005 assaggiato a “Benvenuto Brunello” in compagnia di Piero Palmucci. Lì ho percepito una qualità unica, indescrivibile in quel vino e , dentro di me, ho sentito l’esigenza di capire perché un vino era così diverso dagli altri. Così è nata la voglia sempre più forte di approfondire questo mondo. L’altro vino è un mondo che si chiama Montevertine. In tutti i vini della famiglia Manetti trovo quella energia inimitabile, una qualità del Sangiovese assoluta e volta proprio a valorizzarlo per le sue caratteristiche senza snaturarlo. Si sente che provengono da mani sapienti che hanno appreso da predecessori eccellenti, un vino che anche per questo continua ad essere un Mito.

(Fonte foto: www.timeforiwine.it)

 

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