Non è l’Europa a minacciare il Lambrusco e provo a spiegarvi perché

Secondo una narrativa molto invalsa nelle ultime settimane, la malvagia Europa ci starebbe rubando il Lambrusco da sotto il naso. In principio, fu l’europarlamentare Pd Paolo De Castro a lanciare l’allarme per poi essere seguito a ruota da M5s e FdI: «Tutti i vini che prendono il nome dal vitigno, come il Vermentino e in parte anche il Sangiovese, rischiano di essere tolti dalla lista dei vini protetti nell’Ue in quanto la Commissione europea vorrebbe sostanzialmente liberalizzarli». Così riportava l’Ansa lo scorso 18 novembre. In mezzo al rumore delle istituzioni che non hanno mai fatto pienamente chiarezza sull’accaduto e a una stampa incapace di descrivere correttamente l’episodio senza riportare sensazionalismi o inesattezze, solamente Slow Food è stata in grado di fare chiarezza sulla faccenda: come definito da accordi europei risalenti al 2008, il modello di riferimento è quello francese e prevede la tutela delle denominazioni di origine, del territorio sul vitigno. Quindi, per fare alcuni esempi, si tutelano Champagne, Borgogna, Bordeaux e Barolo, non Chardonnay, Pinot Nero e Nebbiolo. Si tratta di vitigni che, nel corso dei secoli, hanno percorso chilometri uscendo dalle loro terre natie dando vita a prodotti che non hanno niente a che vedere con i loro “parenti” più blasonati: i Grand Crus Classé delle Graves devono forse temere i Merlot dei Colli Berici? Le etichette più prestigiose della Cote d’Or devono stare attente ai Pinot Neri realizzati in Alto Adige? Le grandi case piemontesi devono forse avere paura di quelle barbere argentine portate oltreoceano dagli immigrati italiani? La risposta a tutte queste domande è no. È la tradizione di un territorio a dare valore ai suoi prodotti, è diverso il posizionamento di mercato dei prodotti, sono diverse le politiche di prezzo, è diversa la distribuzione. Come ammonito sempre da De Castro pochi giorni fa sulle pagine del Resto del Carlino, interessati al Lambrusco (e lo avevano già dimostrato negli anni passati) sarebbero Portogallo e Spagna, Paese quest’ultimo che non manca di dimostrare la sua passione per il vino emiliano stipulando importanti accordi commerciali che portano nei calici prodotti che molto difficilmente hanno qualcosa di tipico. Un esempio? Le bottiglie qui sotto.

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Questo non è l’unico caso. In Repubblica Ceca, il Lambrusco bianco (!) con il tappo a vite è un’alternativa alla birra per l’aperitivo, così come in Russia, Danimarca e Olanda dove si prediligono interpretazioni dal sapore più abboccato. Queste etichette che nulla hanno di tipico o territoriale nonostante l’etichettatura Emilia Igp vengono portate all’estero da grandi aziende, quelle stesse grandi aziende che in queste settimane stanno tirando per la giacchetta i consorzi di tutela che si battono i pugni sul petto affermando di difendere il lambrusco quando sugli scaffali dei supermercati modenesi si trovano bottiglie Doc a prezzi addirittura inferiori a quelli proposti dalle bottiglie private label. Commercializzando in Italia e all’estero prodotti di questo tipo, che immagine si dà al Lambrusco? Quale valore acquisisce il suo “brand”?

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Tirando le somme di questa tempesta in un bicchiere di Lambrusco (è proprio il caso di dirlo), il problema non è la malvagia Europa che ci indica un modello vincente come quello francese che, qualora ci fosse la volontà politica, potrebbe portare ricchezza al territorio. A inizio dicembre, i consorzi sono stati ascoltati a Roma dal Ministro Martina per tentare di dirimere la questione: è emersa la proposta di inserire la dicitura “Lambrusco Emilia” per rispondere alla proposta della Commissione Europea. Esisterebbe già la dicitura “Emilia Igt” che, finora, è stata una sponda d’appoggio utile per quelle aziende situate al di fuori dalle Doc, ma è anche stata ed è tuttora un refugium peccatorum per prodotti sulla cui qualità ci sarebbe molto da discutere. Non una parola, purtroppo, è stata spesa per una stretta sul disciplinare: nel 2016, ormai, non è più pensabile fare retorica sull’eccellenza di un vino Doc mantenendo un limite massimo di 180 quintali per ettaro di resa. La mia provocazione? Che spagnoli e portoghesi si prendano tutte le uve di lambrusco che vogliono! Noi rispondiamo con il territorio esaltando le zone storicamente vocate con una Docg unica “classica” comprendente le zone di Sorbara, Castelvetro di Modena e le colline reggiane, oltre a una Doc unica allargata a Parma, Mantova e Bologna. Proposta indecente? Sogno irrealizzabile? Siamo sotto Natale e sognare non costa nulla.

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