Il Lambrusco è il re dei supermercati, ma a che prezzo?

Una notizia che è passata in sordina nei giorni scorsi sui quotidiani locali (ho trovato qualcosa solamente sulla Gazzetta di Reggio) è che il Lambrusco è la tipologia di vino in bottiglia da 75 cl più venduto d’Italia nel 2015 nella grande distribuzione. Lo ha rilevato un’indagine condotta da Iri Infoscan su ipermercati, supermercati e superette osservando come il rosso frizzante emiliano abbia venduto a volume ben 12 milioni e 771mila litri. Il problema (forse il motivo per cui non se n’è parlato?) è il prezzo medio a bottiglia da 75 cl pari a 2,68 €. Nella graduatoria dei top 15 delle vendite per volume, solo il Trebbiano d’Abruzzo riesce a fare peggio con 2,15 €. Spuntano i prezzi più alti, invece, il Prosecco con 4,39 €, il Vermentino da Toscana, Liguria e Sardegna con 4,28 € e il Muller Thurgau dal Trentino Alto Adige con 4,22 €.

tabella lambrusco gdo 2015

La retorica istituzionale dell’”eccellenza del territorio” va a scontrarsi quindi con la domanda fatidica: perché il nostro amato lambrusco viene venduto a un prezzo così basso? L’ho domandato i miei amici su Facebook e sono emersi alcuni spunti degni di interesse. «In Emilia Romagna abbiamo colossi cooperativi capaci di erogare una potenza di fuoco di milioni di bottiglie che, operando in economia di scala, sono in grado di vendere con un costo unitario molto basso. Del resto – mi è stato fatto presente – l’incremento della qualità del Lambrusco è stato anche riconosciuto da tutte le guide di settore».

Partendo dalla fine, bisogna osservare come a ottenere i consensi della critica e delle riviste specializzate siano etichette di fascia di prezzo superiore, quelle che molto difficilmente (per non dire mai) conquistano gli scaffali della grande distribuzione garantendo lauti profitti grazie alle rese molto alte consentite da disciplinari che necessitano di un giro di vite a tutela del consumatore e della credibilità del territorio: si va dai 150 quintali per ettaro del Lambrusco Reggiano Doc, al Sorbara e al Salamino di Santa Croce che fanno segnare rispettivamente degli esorbitanti 180 e 190 quintali. L’Igt Emilia (quindi al di fuori delle doc storiche, ma in un areale che va da Piacenza a Bologna) arriva a consentire addirittura 290 quintali. Con queste rese, che le grande industrie del Lambrusco si vedono bene dal pubblicizzare in merito alle proprie etichette, che qualità si porta sugli scaffali? Con un prezzo finale così basso, quanto viene retribuito il lavoro all’origine? A questi interrogativi, aggiungiamo l’assenza di eventi professionali dedicati e, soprattutto, la mancanza di iniziative promozione e comunicazione da parte di consorzi e aziende. L’unico soggetto che ultimamente ha cercato di uscire da questa coltre di nebbia è stata la Cantina sociale di Carpi e Sorbara che ha avviato una strategia pubblicitaria senza badare a spese coniugando spot radiofonici con annessi “give-away” sul network di Radio Bruno, affissioni e iniziative social media marketing dalla propria pagina ufficiale di Facebook.

Come già visto su questi schermi, all’estero la situazione non è che sia delle migliori, anzi. Il Lambrusco nella gdo purtroppo viene presentato come una commodity. Nei market inglesi, per esempio, viene venduto un lambrusco bianco dolce etichettato come “Dell’Emilia Igt” che occupa una fascia di mercato ancora più bassa. Anche da Tesco, il Lambrusco viene presentato nella veste di mosto parzialmente fermentato. Il territorio emiliano e il marchio “Lambrusco” quanto ci guadagnano in termini di autorevolezza e credibilità da tutto ciò? Quando sui giornali torneranno a campeggiare gli annunci delle grandi industrie del vino emiliano contro l’Europa, le liberalizzazioni dei vitigni identitari e, soprattutto, la “difesa dello status quo”, ebbene sappiate che quanto descritto in questo post è lo status quo. A voi piace?

(Fonte foto: qui)

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